La pubblicità a Sanremo, orribile

Di Sanremo si è detto tutto ed il contrario di tutto in questi giorni, come del resto è sempre stato per ogni altra edizione (qualcuno infatti si è spinto a chiedere “E se commentare Sanremo fosse esso stesso Sanremo?”). Tuttavia trovo (e se mi sbaglio fatemelo notare) che non si sia ancora detto nulla sulle pubblicità che passano negli intermezzi tra un blocco e l’altro.

 

L’anno scorso rimasi esterrefatto dalla pervasività di TIM, che grazie a una collaborazione con Twitter aveva fatto in modo che il suo logo comparisse in automatico ogni qual volta si utilizzava l’hashtag #Saremo2017. Proprio a voler dire: “Guarda, ci ho messo i soldi, è mio”. Un atteggiamento tutt’altro che simpatico (sempre dal mio punto di vista eh), che non ha niente a che vedere col mecenatismo e con lo spirito da cui dovrebbe nascere il concetto di sponsor. Questo si accompagna a una certa mia intolleranza per la tendenza che le aziende hanno intrapreso da tempo nel voler inserire il loro nome un po’ dappertutto. Così la Serie A diventa Serie A TIM, lo Juventus Stadium diventa Allianz Stadium, e così via. E non sto qui a dirvi dove andremo a finire? perché questo già accadeva nel mondo dell’arte da secoli, se pensate che in buona parte delle opere sacre che incontrate potete ravvisare i volti di chi le commissionò.

Come le due suore qua sotto, autentiche groupie di Gesù Cristo al punto di commissionare a Giotto di Stefano questa tavola per farvisi ritrarre accanto (in ginocchio a sinistra), protette da San Benedetto e San Remigio:

Pietà di San Remigio - Giottino
Pietà di San Remigio – Giottino

 

Però ecco, se non è proprio una questione di fede, care aziende, a me dà fastidio. Quest’anno TIM ha confermato la collaborazione con Twitter riproponendo il suo logo incorniciato da una nota. Non paga di questo successo ci ha tenuto a strabiliare comunque tutti con degli spot… dimenticabili.

 

Mina torna a terra, ti prego

 

In quella che vuole essere una serie a puntate (dove però la trama è quasi sempre la stessa), una Mina aliena parla col suo equipaggio di automi a bordo di una navicella in orbita sopra la Terra. Un minestrone di elementi che niente hanno a che vedere tra loro e mischia, con ordine:

– Star Wars
– Mina
– Platinette
– La La Land
– Dei robottini innocenti da servizio speciale del TG1 sulle nuove tecnologie
– Viaggi dentro la fibra ottica
– Un entità aliena realizzata col face-morphing rubato a Snapchat
– Un’offerta che non ha niente a che vedere col contenuto mostrato fin qui

 

Opera Digitale Intergalattica, l’hanno chiamata, perchè Minestrone spaziale pareva brutto.

 

 

Potrebbe benissimo finire qui, ma scelte di regia imperscrutabili hanno deciso di agganciarci anche l’altro passato di verdura riscaldato: Sven Otten, il poverino ballerino che da due anni si divincola posseduto con lo stesso abito in ogni situazione.

Ha portato sconosciuti di ogni città in piazza a ballare, si è incontrato con Spider man, ha calcato i campi di calcio della Serie A (TIM, s’intende), ha abitato gli schermi delle principali stazioni italiane e da dicembre interagisce con gli alieni di Star Wars in piazza Navona a Roma.  Non lo invidio quando deve spiegare il suo mestiere a sua madre.

 

Questo è il classico esempio di testardaggine da parte di un’azienda. Non è che se hai avuto una bella idea – perché diciamolo, in principio era bella, fresca, carina: un po’ di sano entusiasmo e brio nella vita di tutti noi e l’offerta in secondo piano, tutti amiamo TIM e fine – ecco non è che se hai avuto una bella idea puoi provare a infilarla ovunque. Come le più belle storie d’amore trascinare qualcosa di concluso è un errore imperdonabile. E se in Star Wars l’unica scena di canto è la più odiata dai fan perché vuoi mischiarla con un ballerino, la più bella voce della musica leggera italiana e un film con Ryan Gosling? Temo che non lo sapremo mai…

 

Conad non è un’isola, ma in ogni caso non vorrei mai naufragarci

Ok, anche questa è bella. Già a Natale avevamo avuto occasione di strabuzzare gli occhi di fronte alla trashissima pubblicità di Conad girata da Pupi Avati:

 

Un parto all’interno del supermercato, racchiuso nel claim “Nessun uomo è un’isola, e neanche un supermercato lo è”. Già sei andato a scomodare uno poeta inglese del ‘600 per mischiarlo con uno dei luoghi più alienanti della terra, mettendo insieme serio e faceto come neanche Dante declamato in discoteca, dico io: fermati lì! Non andare a prendere un regista che ci vuol mettere del suo, l’autorialità, lo sceneggiato Rai! E invece niente, ecco il parto di Conad, uno spot celebrativo del Natale sul tema Persone oltre le cose. Che fa tanto “non avevamo voglia di pensare a un termine più pertinente, lasciamo cose che tanto si capisce”. Roba che alle medie già me lo segnavano errore nei temi.

 

Nanni Moretti parole importanti
Ripetiamolo tutti insieme: “le parole sono importanti!”

 

Non soddisfatti hanno deciso di adattarlo in occasione di Sanremo, ed ecco quindi lo stesso concetto declinato con immagini di persone che fanno cose: studiano, salano il prosciutto, suonano… boh. Senza un nesso particolare.

 

 

Sarò troppo raffinato io, ma mi hanno insegnato che se l’occasione è importante, anche quello che si dice dovrebbe esserlo. Hai comprato buona parte degli spazi pubblicitari all’interno della trasmissione che tutta Italia per tradizione guarda: DISTINGUITI! Facci vedere qualcosa di peculiare, qualcosa di tuo! E invece no: stessa comunicazione del Natale, con attori diversi.

Viene quasi da chiedersi se questi soldi non potessero essere investiti meglio.
Al di là di ciò che fanno al Superbowl, se proprio vogliamo fare un parallelo:

 

(Cioè geniale, prendere il film di maggior successo sull’Australia e fare un finto trailer per far conoscere l’offerta turistica del paese: wow!)

 

Quanto costa uno spot a Sanremo?

 

Tanto, veramente tanto: uno spot di 30 secondi tra le 21 e le 22 costa ben 219.000€. Ecco il listino -> Click!

Moltiplicate per le numerose volte in cui questi spot passano, e ottenete milioni di Euro che potrebbero essere finiti in ben altre attività come pagare altri stipendi. Che sembrerà strano detto da uno che vive di comunicazione, ma si può fare buona pubblicità anche pagando poco e lasciando che siano le persone a parlare al nostro posto (che è la situazione ottimale nel marketing, a mio modesto parere).

Non sto qui a dirvi come, perché dovreste in effetti pagarmi, ma eccovi un po’ di dati da parte di Wired, che ha fatto la ricerca al posto nostro -> Continua qui la lettura.

Io intanto vi saluto, e continuo ad augurarvi buona visione.
Parappà-pappà-parà-Parappà-pappà-parà-Parappà-pappà-parara-parà-parà-bum!

A chi potrebbe interessare?
Questo è il blog di Davide Battisti, narratore nella veste di giornalista e copywriter: in poche parole uno che scrive per lavoro. Anche se nella vita parlo sempre meno, mi occupo e appassiono di comunicazione. Potete conoscermi un po’ meglio attraverso i miei profili: professionale (https://www.linkedin.com/in/davidebattisti/) & privato (https://www.facebook.com/davidelo).