Perché la morte di Davide Astori fa così male?

 

Dalla morte del giovane capitano della Fiorentina, Davide Astori, è passata ormai una settimana: si sono svolti i funerali a Firenze, e ne è stato celebrato il ricordo in campi di tutto il mondo. Chi vi scrive non è un tifoso della Fiorentina, né del Cagliari o della Roma, eppure la sensazione di malinconia e dolore che provo ad ogni servizio o foto riguardante il calciatore è sempre la stessa, e sempre con la stessa intensità. Motivo che mi porta a chiedere a me stesso: come mai?

Eppure ne abbiamo viste di morti illustri, no? Attori, cantanti, scienziati e motociclisti: ognuno avrà il suo Pantheon eterno di eroi più o meno prematuramente scomparsi e mai dimenticati. E allora perché per Davide Astori è diverso? Perché a una settimana dalla scomparsa siamo ancora tutti scossi, a guardare con gli occhi lucidi le immagini del funerale, a cercare su Youtube i minuti di silenzio osservati nei campi di tutto il mondo, o gli ex compagni segnare e dedicare il loro goal?

 

 

È per la sua faccia pulita? Per la sua condotta esemplare, mai sopra le righe? Perché rappresentava quello che deve essere un capitano? Non credo, o almeno non solo.

 

 

 

Per capire la portata di ciò che sta accadendo, con i calciatori della Juve applauditi dai tifosi viola, dovrei raccontarvi cosa significa Juventus a Firenze. Una parola che può essere accostata soltanto ad un’altra: merda. La rivalità tra i tifosi viola e bianconeri non ha mai conosciuto interruzioni, da che io sono nato. Tanto forte che a Firenze alcuni non tifavano neanche per la nazionale, quando il blocco di giocatori juventino era troppo consistente. Eppure da una settimana a questa parte, è come se tutto si fosse fermato.

 

 

Di cosa rappresenti il calcio per questa nazione si è detto e scritto di tutto. Un mio professore universitario sosteneva fosse l’ultimo residuo rimasto dei conflitti che hanno accompagnato l’umanità fino a 70 anni fa. I tornei internazionali di calcio come guerre mondiali, la Champions League come le guerre europee del XVIII secolo, il Campionato come i campanilismi medievali. Le squadre come ultimo luogo di appartenenza incondizionata e totalizzante (l’avete mai sentito dire che “Si cambia la moglie, ma non la squadra“?). Ecco, quello che è proiettato sui calciatori invece è una cosa ancora più ancestrale. È un poema epico non distante dall’Iliade, dove gli eroi si davano battaglia per motivi al di là della loro comprensione.
Non esagero se affermo che Davide Astori, come i suoi compagni, è per noi un semi-dio.

Che possa cadere così giovane, così forte, con una figlia due anni e una moglie da proteggere, per di più distante dal campo di battaglia, ci getta nello sconforto. Quando muore un calciatore tutta la comunità calcistica si ferma sbigottita, scossa da un vuoto che non si potrà più colmare. E non è il catastrofismo dettato dalla commozione a farmi affermare questo: è la storia fatta di peregrinazioni a Superga in onore del Grande Torino dopo oltre 60 anni, le curve dedicate a Gaetano Scirea e il senso di rimpianto che sentiamo tutti per Roberto Baggio, che non è morto, ma a cui una maledetta serie di infortuni ha negato il successo che tutti gli auguravamo.

Perché forse è questo che più di ogni altra cosa ci fa entrare nello sconforto: proiettiamo in loro la nostra parte migliore, e vorremo per loro solo trionfi. Vogliamo vederli gioire per gioire con loro, essere grandi per essere grandi insieme. E quando questa possibilità gli viene negata, soffriamo, perché è come se fosse negata anche a noi. Non importa se fosse un giocatore della nostra squadra o di un’altra. Il dolore è lo stesso per tutti. Sono i nostri eroi da piccoli e ci accompagnano per tutta la vita, almeno finché il destino non decide di strapparceli.

 

I compagni di Astori piangono in Fiorentina - Benevento

 

Anche dopo queste riflessioni non so quale possa essere la risposta corretta, se mai ce ne sarà una. So che ancora, a giorni di distanza, fa un sacco male. E ancora ne farà.

E voi? Che risposta vi siete dati?

P.s.

Ma quanto è bello il calcio quando lascia un segnale di speranza come Vitor Hugo, sostituto di Astori, che con la maglia numero 31 segna il primo goal viola dopo il tragico evento?

A chi potrebbe interessare?
Questo è il blog di Davide Battisti, narratore nella veste di giornalista e copywriter: in poche parole uno che scrive per lavoro. Anche se nella vita parlo sempre meno, mi occupo e appassiono di comunicazione. Potete conoscermi un po’ meglio attraverso i miei profili: professionale (https://www.linkedin.com/in/davidebattisti/) & privato (https://www.facebook.com/davidelo).