Perché non mettiamo i videogiochi nei nostri Curriculum?

 

Da bambino, seduto sul sedile posteriore della Opel Kadett station wagon di ritorno dai viaggi di famiglia, mi divertivo a rispondere ai quesiti matematici posti da mio padre. Nello spazio buio di una galleria, col tempo scandito dall’alternarsi delle luci dei lampioni, risolvevo problemi a suo dire complessi ragionando tra una moltiplicazione e un quoziente.

 

Da adolescente, percorrendo a corsa una delle lunghe salite che caratterizzavano le strade dissestate su cui andavo ad allenarmi, mi ripetevo “Guarda: sei arrivato fin qui. Guarda: puoi andare lontano. Forza: stringi i denti ed è finita. Forza, ce l’hai fatta“. Ed ogni passo percorso era uno scalino fondamentale su cui poteva poggiarsi il successivo, su cui costruire anche una certa immagine di se’.

 

Ecco, credo che un po’ tutto ciò che faccio nella vita risponda ancora in qualche misura a queste incombenze. Soddisfare le aspettative, superarle, compiacersene. E dato che correre è sempre più noioso e spiegare il mio lavoro a mio padre sempre più difficile, l’unico terreno di autorealizzazione in cui riesco a muovermi al giorno d’oggi sono i videogiochi.

 

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Neanche in questi sono un campione, credetemi. Ho da sempre barattato i riflessi con una pazienza (concedetemelo) notevolmente sviluppata, e un’abnegazione per la causa (sempre auto-imposta) esemplare.

 

Niente FIFA, Call of duty o League of Legends, i giochi su cui passo la maggior parte della mia vita sono i GDR, o giochi di ruolo, e, tra tutti, la famiglia capostipite del genere è quella che preferisco: Final Fantasy.
Ho passato centinaia di ore all’interno di questi mondi immaginari in meccanismi spesso ripetitivi o snervanti. Uccidere mostri su mostri della stessa specie per ottenere punteggio o esperienza, o trovare quell’oggetto per potenziare un’altra arma o via dicendo. Meccanismi che per qualcuno potrebbero essere una noia mortale, e per me solo uno scalino per un obiettivo più grande.

 

 

Dentro a una storia che non è la mia, ma in grado di regalare emozioni potenti come l’abbraccio di un amico. Perso a sfidare un mulino a vento dietro al quale non si nasconde nessun altro che me stesso. Nessun antagonista si fermerà mai per dirmi “Complimenti Davide, non avrei mai pensato che potessi diventare così forte“. Nessun sviluppatore mi scriverà per dirmi “hai proprio superato le mie aspettative di fruizione“. Mio padre non verrà mai a sapere di come il mio equipaggiamento conquistato col sudore mi renda invincibile all’interno di questo mondo. Niente di tutto ciò. L’unico soddisfatto di tutto questo sono io, ed io soltanto. E diavolo, quanto mi piace.

 

Dentro al mio mondo ho questa estrema soddisfazione di sapere che se seguo la strategia alla lettera, se inanello una mossa giusta dopo l’altra, allora la ricompensa finale sarà quella stabilita, e io sarò colui che ho deciso di diventare. Sí, probabilmente c’entra qualcosa la mania del controllo.

 

È che fuori di qui non è così. Nel mondo nessuno ti assicura che facendo tutte le mosse giuste diventerai il più grande. Nè che le persone ti risponderanno come immagini, come è scritto. A volte dà molta più soddisfazione agire là dove le regole non sono liquide.

 

 

Però che altro valore ha tutto questo, se non la mia soddisfazione? Chi nel mondo riconoscerà mai questo impegno e – se volete – questo talento? Non c’è altra strada che non sia diventare Youtuber e documentare ogni virgola di quel che dovrebbe essere il mio, il nostro divertimento? O iscriversi a tornei internazionali dove professionisti coreani annullano se stessi in vista del primo posto?

 

Possibile che le cento ore a trasformare mostri in pillole nel sottomarino affondato al largo di Junon per battere le due Weapon non siano mai arrivate alle orecchie di nessuno? Possibile che le partite giocate al Triple Triad per completare la collezione prima del terzo disco siano state inutili? E che le chocografie disseppellite a furia di scavare col becco andranno perdute, come lacrime nella pioggia di Burmesia?

 

 

Si narra che Ulisse temesse il canto delle Sirene non per la loro bellezza, composte com’erano da un corpo di uccello, ma per la tentazione di farsi raccontare le sue gesta: lui che aveva conquistato da solo Troia e di cui tutti avrebbero cantato in eterno. Oh, che lussuria e che orgoglio potersi fermare in eterno ad ascoltare le proprie imprese dalla bocca di altri. E non raggiungere mai casa, e non liberarla dai Proci, e non ripartire per il mare…

 

E le nostre sirene? Abbarbicate negli Store delle console, a dispensare Trofei di bronzo, argento, oro e platino da condividere sui social network? No grazie. Vogliamo batterci per far riconoscere le nostre doti e la nostra dedizione spesa a fare quel che realmente ci piace: giocare, autocompiacerci. Vogliamo curriculum zeppi di Pokémon catturati, di migliori piazzamenti nella classifica dell’ennesimo competitivo online, delle teste tranciate alle Idre e Meduse di tutto l’altro mondo.

 

Sono settimane che l’attualità non mi soddisfa, che il mondo non mi piace, che non sopporto quel che leggo sui social network. E allora mi drogo. Rispondo una volta in meno all’ennesima discussione, e apro il mio videogioco, Final Fantasy Brave Exvious, direttamente dal mio cellulare. Una sfida titanica ogni mese, ore di combattimento che potrebbero andare in fumo per una singola mossa sbagliata, un tempo errato nel battere il dito nella giusta sequenza. Mi chiedo se un datore di lavoro conoscerà mai la concentrazione necessaria per uccidere tre Malboro contemporaneamente, concentrazione di cui io sono capace, con i giusti stimoli e l’interesse.

 

 

Abbiamo un gruppo Facebook, noi drogati di Final Fantasy Brave Exvious, abbiamo fatto amicizia, c’è pure un gruppo WhatsApp. C’è una Wikipedia scritta gratuitamente da gente con passione, per aiutare gli altri. Ci diamo pacche sulle spalle per incitarci, confortarci quando va male, gioire quando raggiungiamo l’obiettivo.

 

Lá fuori il mondo esplode, ma qui lo abbiamo salvato innumerevoli volte, perchè essere eroi è una droga, un’alienazione come un’altra. Non vogliamo non-pensare, vogliamo immergerci in sfide sempre più difficili con la certezza che i nostri sforzi vengano ripagati, e la nostra dedizione riconosciuta. Che diamine.

 

 

A chi potrebbe interessare?
Questo è il blog di Davide Battisti, narratore nella veste di giornalista e copywriter: in poche parole uno che scrive per lavoro. Anche se nella vita parlo sempre meno, mi occupo e appassiono di comunicazione. Potete conoscermi un po’ meglio attraverso i miei profili: professionale (https://www.linkedin.com/in/davidebattisti/) & privato (https://www.facebook.com/davidelo).