la faccia di Salvini su uno sfondo scuro

Perché Salvini fa tante facce buffe?

Quando il precedente governo si era finalmente dissolto mi ero fatto una promessa a cui adesso sto già per contravvenire: non parlare più di Salvini. Far finta che non esista, eliminarlo dalla mia bacheca di Facebook e raccontare tutto ciò che c’è di altro, di bello, di utile per l’umanità. Eppure eccomi di nuovo qui. Perché?

Se vi è capitato di assistere al dibattito di ieri sera a Porta a Porta tra Renzi e Salvini avrete notato che il capo della Lega cerca di commentare qualsiasi frase del suo avversario con espressioni il più possibile eloquenti, forti sbuffi, una certa gestualità. Perché? Ha forse problemi a rimanere composto? Non riesce a contenere questi commenti non verbali? O fa tutto parte di una strategia?

La faccia di Salvini VS Conte

Ciò era già avvenuto con il discorso alle Camere di Giuseppe Conte: Salvini che beve il caffè, Salvini che sbuffa, Salvini che ride o alza gli occhi al cielo.

Addirittura sono usciti video che riprendono il volto di Salvini lungo tutto il discorso del Presidente del Consiglio

Che effetto ha questa mossa? Pensandoci un secondo su, noteremo che è la stessa strategia adottata da Salvini in tutta la sua esperienza di governo: prendersi la scena.

Il capo della Lega è un maestro nel focalizzare l’attenzione su se stesso in qualunque occasione, con la sparata più grossa, dettando i temi di cui tutta Italia si deve trovare a discutere. Buona parte del suo consenso e del suo successo arriva da questa capacità di costringere l’avversario a giocare sempre di risposta. Come accadeva già con Berlusconi, senza scomodare la propaganda da culto della persona dei regimi totalitari, l’opposizione si è rimessa a definirsi per contrasto, facendo completamente il suo gioco: “Noi non siamo ciò che è Salvini, noi non la pensiamo come lui!” (e cosa pensate? veniva da chiedersi)

Potrà apparirvi esagerato, ma anche nelle espressioni facciali Salvini porta avanti questa strategia. Che sia Renzi o Conte a parlare, commentare col linguaggio del corpo ciò che l’altro sta dicendo serve a sviare da lui l’attenzione, a imporre il proprio punto di vista anche se non si ha la parola. In più….

Salvini, il meme umano

In più, nell’era di internet, significa prestare il fianco a quella comunità sterminata e poliedrica dei creatori di meme, coloro che di espressioni buffe e facce strane si nutrono per creare vignette satiriche su situazioni assurde. E perché Salvini dovrebbe avvantaggiarsi se qualcuno lo prende in giro?

Beh, intanto perché il meme non è mai una presa in giro sui contenuti, ma solo sulla forma. Mi spiego meglio: nessun autore di meme si premurerà mai di smentire i proclami di “chiudete i porti” con gli stessi dati del Viminale che mostrano come l’afflusso di migranti resti lo stesso. O almeno, ci sono anche questi casi, ma in misura molto minore. La maggior parte dei meme che riguardano Salvini (come anche quelli di molti altri personaggi politici) prendono di mira solo la sua faccia, la sua espressività, la sua figura. Fossero anche solo le gif che usiamo nei commenti.

Salvini sorridente davanti ai microfoni
Salvini e i suoi sorrisi

E se il male è solo questo, il beneficio che Salvini ne ottiene in confronto è gigantesco: occupare buona parte delle nostre bacheche social, uno spazio sempre più ristretto, per avere accesso al quale si può fare tutto.

Come funziona l’algoritmo di Facebook?

Vi sarà capitato spesso di notare come Facebook non mostri tutti i post che vengono pubblicati dai vostri contatti, ma effettui una selezione basandosi su quelli che ritiene più rilevanti per i vostri interessi (sono circa 1500 post al giorno). Per riuscire a comparire in questa selezione bisogna infiltrarsi tra gli interessi di ciascuno di noi, e cercare poi di rimanerci. Un’operazione non facile e che richiede un certo impegno, se non si vuole pagare il social network per arrivare sempre alla propria rete di riferimento (con i cosiddetti contenuti sponsorizzati o annunci: la pubblicità di Facebook). Anche se ho il “Mi piace” alla pagina di Salvini non è infatti detto che io veda tutti i post che egli pubblicherà. Per sopperire a questo problema, comparire nei meme può essere una buona scelta. Come?

È un po’ intricato a dirsi, ma facile da comprendere se si conosce l’algoritmo di Facebook, che contiene al suo interno meccanismi di riconoscimento del linguaggio e dell’immagine. Un algoritmo che legge le parole di ciascun post, e guarda le foto che sono pubblicate riconoscendone il contenuto. Il calcolo è molto semplice: se c’è un gran numero di post che parlano di me (che sia in bene o in male è indifferente), c’è anche più probabilità che qualcuno interagisca con essi. Può essere un commento in cui scrivo “Salvini puzza“, uno in cui dico “Grande Matteo“, o anche solo una reazione di “Mi piace“, “Grr” o un “Cuore“. L’algoritmo di Facebook che determina il mio (e solo mio) feed – la bacheca di post che vedo quando entro nel social network- registrerà che io ho interagito con una foto che ritrae Matteo Salvini, e quindi tenderà a mostrarmi un altro contenuto che lo riguarda.

Che ne parli in bene o in male, come vi dicevo, non interessa: studi di marketing mostrano che il vecchio detto “Purchè se ne parli” è sempre valido. Un’alta esposizione del prodotto – in questo caso il candidato – garantisce un’alta probabilità di vendita.

Da qui, vi sembrerà assurdo, il tema delle faccette:

più facce strane = più meme = più interazioni con Salvini = più post di Salvini sulle bacheche di tutti quanti = più voti.

Salvini si ispira a Donald Trump

E tanto per cambiare non è un invenzione del caso, ma una tendenza derivata direttamente dagli Stati Uniti. Vi è mai capitato di vedere un meme su Donald Trump?

Le facce buffe di Donald Trump
Un trionfo di espressività in 3 secondi

L’attuale Presidente degli Stati Uniti è un maestro nell’appropiarsi della cultura meme e usarla a proprio vantaggio, tanto che c’è chi sostiene che la comunità di autori di meme di 4chan (un forum molto popolare negli Stati Uniti) che ha sposato la sua causa lo abbia aiutato a vincere le elezioni del 2016.

un post del Twitter di Trump dove si raffigura come il meme Pepe the Frog
Trump con le fattezze di “Pepe the frog”, meme diventato mascotte della comunità alt-right in appoggio al Presidente

La forte espressività del volto, il ripetere sempre gli stessi concetti in forma semplice, il polarizzare il dibattito politico su posizioni sempre più estreme: tutti insegnamenti che Salvini ha acquisito dall’attuale Presidente degli Stati Uniti.

Un fotomontaggio di Trump con la faccia di Salvini
Salvini con le fattezze di Trump, o viceversa

Perciò vanno bene le foto in spiaggia al Papeete, la pancia di fuori, la pizza uscita male o il bombolone a cena: tutto ciò che permette al candidato di far parlare di se’, far circolare immagini che lo riguardano, fare in modo che le persone vi interagiscano, è di per se’ una vittoria.

In un contesto di disaffezione generale alla politica (l’affluenza alle urne oscilla in genere tra il 40 e il 60% a seconda dell’occasione), e dove i contenuti proposti entrano sempre più in secondo piano, separare vistosamente l’elettorato tra coloro che ci sostengono e coloro che ci odiano può rivelarsi una strategia vincente: non mi serve piacere a tutti, ma solo alla mia porzione di sostenitori. Perciò va bene rendermi terribilmente antipatico agli elettori di Renzi se mentre lui parla io faccio espressioni strane e di disappunto: anzi, meglio! Se condivideranno la mia faccia o commenteranno una mia foto, io ne trarrò vantaggio con una sempre maggior esposizione, e alla fine più voti.

Infine, come post scriptum, ci basti sapere che siamo psicologicamente e inconsciamente attratti dai volti che esprimono in modo forte le emozioni.

I volti di alcune persone prima e dopo che il fotografo gli dicesse di essere bellissimi
Ma questo lo sapevamo, no? È da quando siamo piccoli che ci dicono di sorridere nelle foto

Ma lo fa solo Salvini?

No, chiaramente. Anche se a lui riesce particolarmente bene, e calca molto la mano. La strategia di parlare sopra all’avversario nel corso di un dibattito appartiene da sempre alla politica, e ci è stata ben inculcata da anni e anni di talk show e programmi televisivi dove alza l’audience chi la spara più grossa.

A tutti noi sarà capitato di pensare a quell’amico che nel corso delle discussioni non lascia concludere l’argomentazione pacata di chi ha la voce più bassa, ma si agita, sbraita, cerca di riprendere la parola e in tal modo spesso ottiene anche l’attenzione. O a quel collega che nel corso delle riunioni è sempre pronto a dire che ha capito, ad annuire, a dire di “Sì”. Sono tutte piccole strategie mentali per ottenere attenzione e consenso.

Anche Renzi, prima delle numerose campagne diffamatorie nei suoi confronti, ha beneficiato della forte espressività con cui si presentava in foto e in video.

Renzi che fa Shish
Post muto

Come si combatte tutto ciò?

Fondamentalmente con l’unica regola che dopo decine di anni continua a rimanere valida su internet: “don’t feed the troll” – “Non dare da mangiare al troll”. Mutuando il consiglio dal mondo fantasy: “Non dando attenzione a chi la richiede“. Questo depotenzia incredibilmente chi cerca visibilità, e lo rimette nel proprio angolo.

Oggi ho contravvenuto io stesso a questa regolina, ma per un blog che parla di comunicazione mi sembrava inevitabile analizzare questa strategia e metterla a beneficio di quanti ne avranno bisogno. Sembra che anche le altre forze politiche lo abbiano capito, e non pubblichino più quotidianamente il nome dell’avversario sui propri canali di comunicazione. Fare politica, infatti, significa proporre temi, idee, coinvolgere costantemente il proprio elettorato.

Per tutto ciò che non ci piace, il consiglio è quello di Lisa nella puntata in cui le pubblicità prendevano vita e distruggevano la città di Springfield: “Just don’t look” – “Non dargli attenzione, e passerà da se’

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Questo è il blog di Davide Battisti, narratore nella veste di giornalista e copywriter: in poche parole uno che scrive per lavoro. Anche se nella vita parlo sempre meno, mi occupo e appassiono di comunicazione.