Da ottobre 2023, con colpevole ritardo rispetto al trend dei podcast, ho iniziato a intervistare su Youtube e Spotify persone che stimo e di cui apprezzo il lavoro, per farlo conoscere anche agli altri. L’ho fatto per contrastare quell’indole naturale che arriva intorno ai trent’anni e porta a chiudersi, incontrarsi sempre meno, parlare sempre meno. Non mi piaceva dove mi stava portando: volevo invece assecondare e allenare la capacità di stupirsi, di essere curiosi, farsi domande, che è ciò che mi ha sempre fatto stare bene.
È stata un’avventura divertente e appassionante: mi ha fatto riprendere contatti con persone che non vedevo da tempo o incontrarne altre che ho sempre ammirato ma non avevo mai avuto modo di conoscere dal vivo. È stata l’occasione per approfondire temi che vanno dalla psicologia e la sessuologia alla scrittura, dalla comunicazione alla musica, dai fumetti ai videogiochi, dall’astrologia alla traduzione e all’apprendimento, passando anche dai meme e dai Pokemon.

Questo meme me lo son fatto da solo: niente contro i Muse che son stati a lungo la mia band preferita
Oggi dati alla mano vorrei fare un resoconto per capire insieme a voi se è valsa la pena impiegare tutto questo tempo e risorse in una cosa che – diciamocelo – probabilmente non me le restituirà mai indietro. È un’affermazione forte, ma seguitemi e mi spiegherò meglio.
Se questo progetto fosse fatto da un’azienda a un certo punto ci si dovrebbe mettere seduti a tavolino e guardare i dati per capire come stanno andando le cose. Essendo un progetto nato dal niente, però, non ho un committente a cui dover giustificare alcunché, e quindi invece di vedermela da solo ho scelto di scrivere queste riflessioni in forma di articolo per un confronto con voi, il mio ipotetico pubblico.
Quelli che seguono sono dati che in genere i creator tengono per sé (per assurdo anche rispetto ai clienti che li pagano, come svela la Lucarelli riguardo la Ferragni nel suo ultimo libro), perché mostrano come i numeri pubblicamente esposti (visualizzazioni, follower…) significhino davvero poco alla luce degli algoritmi che governano i social (e la nostra attenzione). Ma tagliamo i preamboli e vediamo i numeri, che si spiegano meglio.
Tante visualizzazioni sono un bene?
Guardando solo a YouTube in un anno di canale (da ottobre a ottobre) abbiamo prodotto 25 puntate (una media di 2 al mese, o di una ogni 2 settimane) e 28 shorts (i video brevi in formato verticale). Questi hanno generato in totale 32mila visualizzazioni (20mila sui video, 12 su Shorts) e portato 500 iscritti sul canale.

Lette così le visualizzazioni sembrano un numero altissimo, con cui sarebbe bello farsi fighi, ma se i dati li guardiamo meglio scopriamo che in realtà solo 1.667 volte qualcuno è arrivato a vedere la schermata finale del video. E gli altri 30mila? Hanno mollato prima, in media dopo 5 minuti di video (che invece hanno una durata totale che andrebbe dai 30 ai 60 minuti). Il contenuto che ha funzionato di più ha tenuto incollati gli spettatori per una media di 10 minuti.
E voi vi starete chiedendo: “Davide ma sei rincretinito? Perché non te lo tieni per te?!” – Beh perché da un lato è risaputo che la maggior parte degli utenti molla un contenuto dopo pochi secondi: che questo sia una pagina web, un post o un video, appunto. Dall’altro perché vorrei tenere la riflessione un po’ più ampia su cosa significa oggi stare su un social network: una lotta continua di tutti contro tutti per racimolare un briciolo dell’attenzione delle persone. Dalle più grandi testate giornalistiche al più sfigato dei nostri amici, passando per influencer di successo e aziende multimilionarie: siamo tutti sul ring per vedere se i contenuti che pubblichiamo arrivano a qualcuno, e se questo è pure disposto a metterci un like.
Ma è tutto così catastrofico? No, facciamo un passo indietro e diciamo subito che dal canale arrivano anche indicatori molto positivi che rincuorano tanto: per esempio, sono 2.736 le ore totali che le persone hanno passato a vedere i contenuti del canale (a cui sommarne altre 87 da Spotify. È come se qualcuno fosse stato 114 giorni seduto fisso davanti uno schermo, senza mai fermarsi (e un matto così vorrei conoscerlo…). Questa è una cifra folle che mi fa davvero impressione ogni volta che la leggo.

Oppure ci sono le 368 visualizzazioni che ho avuto da persone che si erano salvate il video nei loro “Guarda più tardi“, e che quindi non solo han pensato di mettersi da parte un contenuto con l’idea di riprenderlo in un momento di calma, ma lo hanno pure poi effettivamente fatto. Oppure le 50 che si son viste uno dei miei video dopo aver ricevuto una notifica dal canale che li avvisava di una nuova pubblicazione (e voi le avete attivate?). Per non parlare poi dei 367 utenti che hanno deciso di condividere uno dei video che avevano apprezzato. A tutti quanti loro va ogni grammo del mio affetto. Far crescere un progetto del genere, nei social saturi ed entropizzati di oggi dove le persone non sono più portate a interagire con i contenuti e dove aziende pagano (letteralmente) 100 volte quello che investo io è un’idea da pazzi, e ogni volta che un utente sceglie di far qualcosa per aiutare un mio contenuto per me ha un valore altissimo.
Scendendo sempre più nei numeri, comunque, sappiamo che il 94% degli utenti che vede i miei video non è iscritto al canale, percentuale più che fisiologica che possiamo leggere come opportunità: se tutti quanti lo facessero pensate che pubblico uscirebbe fuori!
Demografia del pubblico: obiettivo centrato
Guardando ai dati demografici, il 20% del mio pubblico è composto da under 24, ma la fetta più grande (31%) va dai 24 ai 34 anni: se mettiamo insieme queste due fasce rapportate al tempo di visualizzazione, otteniamo che l’89% del tempo di visualizzazione che vedevamo prima arriva proprio da chi ha meno di 34 anni (che in media ci mette 9 minuti prima di abbandonare un video – alla faccia della soglia dell’attenzione che si sta abbassando). Il resto è equamente suddiviso in fasce di 10 anni che ottengono ciascuna il 10%. Anche questo per me è un dato che certifica un successo: quando ho pensato di aprire il canale avevo intenzione di parlare proprio con quel pubblico nel quale, in un ipotetico viaggio nel tempo, mettevo anche il giovane me appena iscritto all’università, che voleva capire un po’ meglio quali fossero i possibili lavori esistenti, aldilà dei più conosciuti e inflazionati.
La maggior parte del pubblico arriva da Milano (5mila views) o Roma (2.5), e solo 656 da Torino, città dove abita l’84% degli intervistati (che però in larga parte come me arriva da altre regioni). Mentre il pubblico è composto per il 74% da uomini, il 63% delle persone intervistate è di genere femminile (17 su 27 persone invitate).

Infine, si arriva a una distinzione per mezzo:
nonostante l’impegno di dotarsi di macchine professionali per girare, scopriamo come il 72% delle visualizzazioni arrivano da cellulare, mezzo su cui gli utenti resistono meno, abbandonando il contenuto dopo dopo 3 minuti e mezzo (ma li capisco!), 6mila visualizzazioni sono invece da PC (resistenza di 9 minuti), 2mila da tablet (6,2 minuti), e infine 1.2mila da Smart TV, mezzo per cui il format era pensato e su cui io consumo la maggior parte del mio tempo su YouTube, la sera sul divano, dopo averlo sostituito alla tv tradizionale. Su questo mezzo infatti gli utenti hanno in media la maggiore attenzione durante la visione dei contenuti, con 10 minuti di permanenza media. Una menzione d’onore ai 200 utenti che guardano i miei video su Switch, Playstation o Xbox: se avete preferito il mio canale a un videogioco dovete volermi davvero bene (o avere qualche rotella fuori posto).

Si può crescere sui social network?
Resta infine la parte più delicata, quella della provenienza del traffico: sostengo da tempo come i social network siano piattaforme sempre più chiuse su se stesse, senza alcuna intenzione di volerti far uscire dal proprio perimetro. Qui i dati non fanno altro che testimoniarlo: la maggior parte delle visualizzazioni (32%) arriva infatti da dentro Youtube (7mila dalla home, 1.7mila da ricerca, 1.2mila da video consigliati, 1.2 dalla pagina del canale e altrettanti 1.2mila da altre funzioni varie), cosa che fa molto piacere se si pensa quanto in rapporto sia piccolo il numero dei 500 iscritti al canale, che non potrebbe mai produrre questi numeri. Vuol dire che l’algoritmo gira, e fa vedere i contenuti ad utenti interessati (311.000 volte, o impression: anche questa cifra assurda, a ben pensarci).
Solo il 15% delle visualizzazioni arrivano da fonti esterne (come i social network): anche gli intervistati con il maggiore seguito su Instagram fanno fatica a convertire questi numeri su video che stanno su un’altra piattaforma, mentre chi ha già un seguito su Youtube ha (logicamente) un pubblico più incline a seguirlo su questo canale.

Infine, il tasto dolente: quanti sono gli utenti arrivati da sponsorizzazioni a pagamento? Non ricercando con i miei contenuti la viralità né rivolgendomi a una nicchia specifica è infatti impossibile pensare di crescere senza pagare per arrivare un pubblico interessato (fidatevi è il mio lavoro).
Abbiamo quindi 4.416 visualizzazioni provenienti da pubblicità su Youtube, con circa 100€ investiti. Se invece allarghiamo la lente anche a Instagram, allora contiamo altri 150€ investiti che hanno prodotto 388.680 visualizzazioni sui reel fatti con degli estratti, e al raddoppio dei follower che avevo sul profilo per arrivare ai 1.136 che vedo oggi. Se li sommiamo ai 700€ circa spesi tra manovalanza e attrezzatura, possiamo arrotondare a circa 1.000€ investiti fin qui nel progetto. So che per alcuni non è di buon gusto parlare di soldi, ma nel mondo reale se vogliamo parlare di un progetto è necessario tenere in conto anche quelli 🙂
Spese alla mano, torniamo quindi alla domanda di partenza:
Ne è valsa la pena?
La taglio corta, e vi dico subito di sì. Di sicuro non per il ritorno economico (che per inciso, in questo momento è zero 😅), né per i discorsi sentimentali già citati del valore di rivedere persone che non incontravo da tempo, o conoscerne altre che ammiro, né per i numeri che abbiamo visto qua sopra, ma per la soddisfazione di aver prodotto qualcosa che continuerà a vivere al di fuori di me, che per alcuni è stato utile (me lo ha detto qualcuno di voi, giuro!), e per aver imparato in prima persona qualcosa di nuovo. Rivedersi sullo schermo è sempre qualcosa di atroce, chi ci ha provato capirà, ma è l’unico modo per capire cosa si sta sbagliando, cosa si può cambiare, come migliorare. Non che abbia fatto tutti questi progressi, per esempio non riesco ancora a trattenermi dal concludere con “ok-ok” dopo ogni risposta degli interlocutori, mentre cerco di capire come formulare bene la nuova domanda (potreste farci un drinking game e ubriacarvi a ogni puntata, ve lo assicuro). Però ci sto provando, mi sto divertendo, faccio qualcosa di utile e creativo senza vincoli o costrizioni altrui, e di questi tempi non è poco.
Penso che tutto questo mi porterà da qualche parte? Onestamente non credo. Ho già un lavoro, e mi piace. Ci sono aziende che investono molto più di me in podcast con cui giocarsela, e persone con più talento da seguire: mi fa molto sorridere quando mi dite “sai non è che mi guardo proprio tutte le puntate“, ed io penso a quante quotidianamente ne perdo di canali ben più blasonati dei miei, con intrattenitori come Cattelan, Trincia, Barbero…
Lo vedo come un progetto laterale con cui divertirsi, con tutti i benefici elencati sopra. Se però anche voi stimati clienti con questo progetto vi state divertendo, se per puro caso vi ha insegnato qualcosa, se vorreste vederlo crescere o in generale darmi una mano, i modi ci sono e sono tanti: potete iscrivervi ai canali (Youtube, Spotify ed Instagram) se ancora non li seguite, mettere like a qualche video, lasciare un commento di incitamento, condividerli con gli amici. Potreste suggerirmi nuove persone con storie interessanti da intervistare, o anche offrirvi per dare una mano con montaggio o design delle grafiche e animazioni per migliorare i contenuti. Oppure, se proprio vi sentite generosi, donare qualcosa per il progetto su Paypal o Satispay, perché costi da coprire (vivendo nel mondo reale) ce ne sono: attrezzature, persone, trasferte, software, sponsorizzazioni…
Credo anche io che ci siano cause migliore per cui donare rispetto a questa, ma in fondo chiedere è lecito, e non si sa mai 🙂 Inutile dire che ogni centesimo ricevuto sarà investito per il progetto!
Io colgo l’occasione per ringraziare ancora tutte le persone che han creduto nel progetto, partendo da Lorenzo Romoli, primo ospite del canale e persona che più di tutti ha investito nel progetto, aiutandomi a renderlo possibile con le sue riprese.
Trovate tutte le puntate da questa playlist qui:

